le mie storie elisabetta sangiorgio

Pollucio

A Pollucio vedere una macchina parcheggiata così male è raro. Quando si usano così poco le auto di solito si ha cura di parcheggiarle bene. Se tutti parcheggiassero così la città sarebbe in perenne disordine. 

È sicuramente questo il pensiero delle due anziane signore che la stanno fissando.

– Magari gli stava scattando la mezz’ora, e ha avuto fretta di chiudere la corsa, sono cose che capitano.

Dice Aire all’amica, è sempre stata una persona a cui piace giustificare gli altri, cercarne le motivazioni. È una sociologa.

– Certo, ma vedere da due mesi un tale disordine, proprio vicino alla fermata dell’Autobus mi secca.

Alienta ha già sollevato da terra la busta della spesa, infila uno dietro l’altro passi svelti, e lancia all’amica uno sguardo impaziente.

– Questo Ali perché sei vecchia e ti infastidisce tutto.

– Mi infastidisce sì, muoviamoci però, che non ci fa bene stare fuori così a lungo.

Aire solleva la manica della camiciola in cotone bianco per guardare l’orologio, il cronometro segna quarantacinque minuti, l’amica ha ragione, meglio muoversi a tornare a casa. Impugna il manico del carrellino della spesa e con due passi veloci recupera lo svantaggio. Sa perché l’amica è di così cattivo umore, è lo stesso per tutti, ormai è fine settembre e le temperature non accennano a diminuire. È stata un’estate troppo calda e anche quest’anno il giorno di via libera sarà posticipato. Si potrebbe arrivare addirittura a inizio dicembre. 

Alienta poi deve gestire Lia, che non sarà contenta, detesta stare chiusa in casa. Già questa mattina ha dovuto parlarle lei, dare man forte nel farla ragionare. La bimba aveva preparato tutto per uscire, non si era rassegnata all’annullamento della domenica libera. È stato difficile argomentare che fosse per il suo bene, a dieci anni certe cose sembrano assurde.

– Mio marito ha comprato un’altra auto ieri – Aire fa uscire le parole di bocca senza pensare, come diversivo, per riempire il silenzio – Ormai quasi gliele regalano, speriamo prima o poi tornino a valere qualcosa, così diventiamo ricchi e possiamo andare al mare un’estate.

– Dubito.

Alienta risponde sovrappensiero, seccata di dover conversare con l’amica.

Aire si blocca all’altezza di un incrocio, rimane indietro, Alienta pensa allora di aver esagerato, controlla il tono della voce.

– Scusami, vedrai che Vient ne guadagnerà da quelle auto, lo sai che quando sono di cattivo umore preferisco starmene con i miei pensieri, divento acida se devo parlare…

– Shhh.

Aire zittisce l’amica, le fa segno con la mano prima di non parlare, premendosi il dito calloso sulla bocca, poi di andare verso di lei.

Alienta si avvicina, le due amiche sono a un incrocio, le strade deserte sono costeggiate da schiere di villette chiare, tutte con doppie porte e doppie finestre chiuse. Ogni villetta ha il suo giardino, con piante verdi e prato curato, su cui viaggia indisturbato il robot tagliaerba, instancabile. Tutto sembra in pace. Alienta capisce subito cosa ha attirato l’attenzione dell’amica. Un triciclo, blu e rosso, spicca tra il verde dei giardini e il bianco delle case. Sopra il triciclo un bambino. 

Le due donne rimangono immobili, senza distogliere lo sguardo. Il padre del bambino le vede e si muove velocemente, afferra il piccolo da sotto le ascelle, se lo lancia addosso e corre in casa. Le porte si chiudono con un rumore metallico.

Tutto torna deserto, silenzioso. Alienta tira fuori lo smartphone e parla, la voce tremante.

– Registrare indirizzo.

Poi scatta una foto alla porta dietro la quale sono scomparsi il bimbo e suo padre. Dal telefono una voce maschile risponde.

– Via Capucha numero dieci, registrato come nuova nota.

Aire si gira verso l’amica.

– Non possiamo farlo Ali, gli toglieranno il bambino, magari è un buon padre, magari gli è scappato, non voleva. Non lo sappiamo Ali, non possiamo. Possiamo fare finta di non aver visto nulla, ce ne dimenticheremo.

Alienta sta piangendo, grosse lacrime lente, silenziose, non può crede che quell’uomo sia stato così egoista da mettere in pericolo la vita del figlio solo per dargli una momentanea felicità. Sentirsi dire grazie papà vale un rischio del genere?

– Lo stava facendo giocare all’aria aperta Air. È una situazione di merda, ma non possiamo fare finta di nulla, o saremmo complici. 

– Ma Ali, non sai nulla…

Ottantacinque anni di frustrazioni, discussioni, mascherine, purificatori, e da dieci anni Lia, chiusa in casa, rancorosa, un animale in gabbia. Mentre lei può uscire solo perché ormai inutile, con i polmoni sacrificabili. Tutto per un bene superiore, tutto per il suo bene. Non può far finta di nulla. 

Risponde con voce fioca, la gola talmente chiusa da non far passare che un filo d’aria.

– Non agire è comunque una scelta, e non intendo scegliere così.

Non smette di piangere mentre parla, ma prende ancora una volta in mano il cellulare: apre l’applicazione della polizia locale e preme “denuncia in modo anonimo”.

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