Chi sono

Mi chiamo Elisabetta e sono un’editor.

Nella definizione dei ruoli che portano un libro dall’idealizzazione alle librerie quello dell’editor è il ruolo più fluido, e forse difficile da definire. Non sono una redattrice, non impagino, non correggo la formattazione, non sistemo i capitoli. Non sono una correttrice di bozze, non correggo refusi, non prendo in mano un volume solo nelle ultime fasi della sua realizzazione. Non sono nemmeno una direttrice editoriale o una responsabile di linea o collana, non scelgo i testi, non li progetto, non identifico temi e autrici. Non sono un’agente, non presento il libro alle case editrici, non valuto le collocazioni editoriali dei testi.

Eppure, così come tutte le colleghe che fanno il mio stesso mestiere, faccio un po’ di tutto questo.

Prendo in mano testi appena nati, idee abbozzate, autrici, progetti, personaggi, e li porto alla fine del loro percorso, a diventare un prodotto editoriale coerente, ben fatto, e soprattutto finito.

Mi interfaccio con tutte le persone citate sopra, se serve, ma soprattutto con l’autrice, e la porto dove vuole andare. Permetto a chi scrive di farlo al meglio, cioè con cura artigianale, coerenza, attenzione sia ai dettagli che al complesso dell’opera, e soprattutto di arrivare alla fine di questa fatica, artistica ma non solo, che è scrivere un libro.

Robert Louis Stevenson, nella raccolta di saggi “L’arte della scrittura” pubblicata da Mattioli 1885 scrive una delle frasi secondo me più vere sul mondo dell’editoria e sul mio lavoro:

“Chiunque può scrivere un racconto – un cattivo racconto; voglio dire, chiunque abbia sufficiente diligenza, carta e tempo; ma non tutti possono sperare di scrivere un romanzo, anche cattivo. È la lunghezza che uccide.”

Il mio compito non è giudicare, secondo qualche principio universale di bellezza, il valore assoluto del testo, o dell’idea che ho davanti, ma portare quel testo, quell’idea, al suo compimento, e ad essere un buon prodotto, di cui l’autrice può andare fiera.

Se un’autrice o un autore decide di dedicarsi a un tema, sceglie uno stile, va insomma in una direzione artistica, per me questa è valida e bella, per il semplice motivo che è quella scelta da chi vuole raccontare o raccontarsi. Non seleziono i lavori, non sono né un’agente né una direttrice editoriale.

Il mio lavoro è guidare chi scrive nel trovare la sua voce, nel progettare un testo coerente e completo, che si tratti di saggistica o narrativa. Un testo equilibrato, con un tono di voce riconoscibile, ben definito, che sappia a chi si rivolge e cosa vuole raccontare. Un testo scritto senza errori, sia sintattici che stilistici. È un lavoro artigianale, metodico, molto più concreto di quello che si può pensare quando si pensa a un’opera d’arte. Oltre al testo poi scrivo, con e per l’autrice, i testi di accompagnamento, come sinossi, esplosi, biografia, presentazione, così da avere tutto il necessario per chiamare quel file che hai sul computer un libro.

Sono appunto un’editor, e spero di essere riuscita a spiegare cosa vuol dire fare il mio mestiere.

Ma come si arriva a fare questo mestiere? Quali sono le qualifiche che servono? Quali sono le qualifiche che ho io?

Credo che ognuna delle mie colleghe abbia un percorso professionale e di studi diverso. Questo è un lavoro che si impara molto sul campo, con la pratica, anche se non mancano corsi e master che aiutano e indirizzano chi vuole fare questo mestiere.

Io non ho sempre saputo di voler lavorare con i libri. La letteratura è stata sicuramente il mio primo amore, alle elementari nello specifico, con “La magica medicina” di Roald Dahl, il libro che per me è stata appunto la magica medicina che ha innescato la passione per i libri e le giornate chiusa in casa a leggere sul letto.

cosa fa un'editor

Ma dopo la lettura è arrivato il cinema, poi la filosofia e poi il teatro. E per anni ho pensato che fosse quest’ultima, la passione a cui volevo dedicarmi, se non per lavoro, nel mio tempo tempo libero. Solo che non era proprio il mondo adatto a me, e dopo qualche anno di rifiuti lo ho accettato, e sono tornata al mio primo amore, ben più corrisposto. Nel frattempo mi sono laureata (per due volte) in filosofia, con una (anzi due) tesi date con la cattedra di poetica e retorica su come il nostro corpo interagisca con il bello attraverso i sensi.

Ho iniziato così a lavorare in una casa editrice, mi sono formata e ho affinato la mia tecnica grazie alla scuola annuale di scrittura di Belleville, e non ho più smesso di stare in mezzo ai libri, stampati o su uno schermo.

Ed ora che ti ho raccontato un po’ chi sono arriva una sezione necessaria e molto onesta che chiameremo “La dura verità”.

Confezionare un buon prodotto libro è il mio mestiere, farlo pubblicare no.

Il mercato editoriale segue logiche complesse e sfaccettate tra le quali la valutazione della qualità di un prodotto è solo uno dei tanti fattori. Sicuramente non sufficiente, anche se necessario, perché questo venga selezionato e pubblicato.

Scrivere per farsi pubblicare è il modo migliore per restare delusi, a meno che tu non sia già famosa per altro, e possa sfruttare questa fama. Vendere molte copie e ottenere un rientro economico significativo dalla scrittura poi, è un passo ancora successivo, ancora meno controllabile o prevedibile e ancora più utopico.

Questo è, ma questo non ci impedisce di trovare altri motivi, altrettanto se non più validi di una vacua ricerca del successo, per scrivere e per scrivere bene. 

Scriviamo per soddisfazione personale, per raccontarci, per intrattenerci, per metterci alla prova, per sfizio, per necessità, per terapia. Qualsiasi sia il motivo per cui scrivi è valido, e il tuo lavoro merita di essere confezionato al meglio.

Io personalmente scrivo per lo stesso motivo per cui leggo: ritrovarmi tra le pagine con una chiarezza e una consapevolezza che solo il tempo lento e concentrato della lettura e della scrittura possono dare.

Una frase che quando leggi ti entra dentro, ti fa riconoscere come simile a qualcun’altra, senza averla mai incontrata, o senza nemmeno che questa qualcun’altra esista o ti somigli, è per me la più profonda delle esperienze artistiche.

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